1 luglio 2016. - In tale data la Congregazione delle Cause dei Santi ha emesso il Decreto di Validità della Causa di beatificazione del Servo di Dio Raffaele Gentile. Ora si passa alla costruzione della Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis

venerdì 21 giugno 2013

2. BREVE PROFILO DELLA VITA DEL DR. RAFFAELE GENTILE - Una interessante lettera e una testimonianza




Raffaele (a sinistra), Don Camillo e Aristide
Il dottore Raffaele Gentile nacque a Gemona del Friuli il 28 novembre 1921 da Rosario Gentile (ferroviere) e da Elisa Bonato (casalinga). Presto i genitori lasciarono Gemona per trasferirsi a Catanzaro, dove furono accolti e ospitati dalla sorella e dal fratello del papà, Mariannina e Don Camillo, parroco della Parrocchia di Santa Maria di Mezzogiorno. Raffaele crebbe nella casa canonica dello zio, da cui particolarmente ricevette quell’indirizzo spirituale e religioso, che animò  ogni pensiero e gesto della sua vita. Ebbe due fratelli: Aristide, che morirà di leucemia il 18 aprile 1946 alla tenera età di 23 anni, e Camillo.
Con i compagni di liceo - 1936



Di intelligenza vivace e di carattere serio e pio, dopo la maturità classica (1939), conseguita al liceo Galluppi di Catanzaro, scelse di studiare medicina. Si laureò il 27 luglio 1945 in Medicina e Chirurgia nell’Università di Palermo, col massimo dei voti.






Medico attento e disponibile nei tuguri e nella In Charitate Christi

Il dottore Raffaele Gentile è stato un medico che ha vissuto la sua missione curando e consolando i malati con generosa disponibilità e con animo sensibile e caritatevole. Essendo un uomo di grande fede, la sua vita è apparsa agli occhi di tutti come una profezia  che ha annunciato e servito Cristo nei poveri e nei derelitti. Di lui l’attuale presidente dell’Associazione dei Medici cattolici, Dott. Federico Bonacci (Video), ha affermato:
Dott. Federico Bonacci
“Il sentimento religioso non è stato da Raffaele Gentile vissuto in una dimensione intimistica, relegato nella sfera del privato, ma la Fede ha permeato la sua esistenza, non solo improntandone l’agire professionale, ma costituendo la linfa vitale dell’impegno sociale e politico”. Questo sentimento religioso si nutriva di Eucaristia, di devozione mariana, di Parola di Dio e di un senso vivo della Chiesa, segno sacramentale di Cristo per un mondo di verità e di giustizia. Il suo zelo di apostolo non è andato certamente a svantaggio del suo essere medico: ha ricoperto incarichi di vertice per circa 50 anni, in molteplici settori della sanità pubblica e del privato no profit (Ospedale, I.N.P.S., Croce Rossa Italiana, opera Pia In Charitate Christi), con impegno costante e profondità dottrinale, e ha ricevuto da più parti riconoscimenti, anche a livello nazionale.
Ingresso della Fondazione Betania - Santa Maria di Catanzaro
Fu uno dei fondatori della In charitate Christi, oggi Fondazione Betania onlus, lavorando accanto a Don Giovanni Apa e alla signorina Maria Innocenza Macrina, prima a Fondachello (Casa delle minorate) e poi a Santa Maria di Catanzaro. Per quarant’anni fu Direttore sanitario dell’Istituto: offrì alle ospiti minorate disabili e anziane un’attenzione amorevole e un’assistenza qualificata con l’ausilio di ambulatori specialistici di analisi, studio dentistico, radiologia e palestre di riabilitazione. Portò la Casa di cura a un livello di avanguardia. Il suo stile era caratterizzato dalla gratuità e dalla benevola disponibilità. Nel primo e nel secondo dopoguerra, in un’epoca in cui la sanità non era alla portata di tutti, inoltre, Raffaele Gentile, vero angelo dei malati, svolse amorevolmente la sua professione medica nei tuguri e nei quartieri del centro cittadino, pronto ad accorrere a ogni chiamata, a qualsiasi ora e in qualunque circostanza, senza nulla pretendere in cambio, ricordando in questo il Santo medico Giuseppe Moscati, di cui era tanto devoto e a cui egli dedicò la sezione AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) di Catanzaro, da lui creata l'11 febbraio 1961 presso il Seminario Teologico "San Pio X" di Catanzaro,  di cui fu primo Presidente sezionale fino al 1983 e Presidente onorario dal 1985 fino alla morte. Molti lo ricordano quando girava per Catanzaro in maniera infaticabile con la sua modesta auto,  per assistere gli ammalati e offrire loro una speranza di guarigione. Le sue cure, accompagnate dalla sua rassicurante bonomia che predisponeva alla guarigione,  normalmente avevano una sicura efficacia e aprivano l’animo del malato e dei suoi famigliari al sorriso. Quando altri medici si rifiutavano, quando il caso era difficile, quando il paziente non aveva possibilità di ricompensare il medico, egli prestava gratuitamente la sua opera. Anzi, da buon samaritano, si prendeva cura del suo prossimo. Racconta il signor Domenico Fabiano:
"Era una sera di profondo inverno e su Catanzaro imperversava uno scrosciante e continuo temporale, e mi trovavo ad attraversare il Corso Mazzini a bordo della mia scassata Fiat Topolino, quando intravidi il Dott. Gentile che camminava speditamente sotto la pioggia. Mi fermai e lo feci salire in macchina e, naturalmente, gli domandai dove doveva andare. Mi rispose: “A visitare una vecchietta”. Lo accompagnai ed entrai con Lui in un tugurio illuminato da uno dei vecchi lumi a petrolio, dove scorsi una vecchietta magrissima  che, come descrive in una poesia il grande Totò, “campava ppe ffa dispiettu a morte”, a cui faceva compagnia una sua nipote. Dopo averla visitata, tirò fuori dalla Sua borsetta degli attrezzi, alcune medicine e spiegò alla nipote come e quando utilizzarle.  Subito dopo, prima di assicurare che sarebbe passato l'indomani, infilò la mano nella tasca ed estrasse delle monete che consegnò alla signorina  raccomandandole di comprare della carne ed altro per  alimentare la nonna. Io rimasi colpito da tale gesto e dentro di me pensai: “Chissà quanti di questi gesti e a quante altre persone avrà fatto lo stesso!”. Da ciò ritengo che si possano trarre le conclusioni di quale umanità ed altruismo è stata permeata la vita di questo indimenticabile, più che amico, fratello”[1].

Sposo, padre e politico

Il 15 ottobre 1960 sposò Susy Liotta, e dal matrimonio nacquero Elisa e Maria.  In famiglia espresse le virtù dell’amore fedele, attento, rispettoso e premuroso. Quest’amore, dalla famiglia continuò a irradiarlo nel mondo della politica e del sociale
Nel 1948 e nel 1952 fu eletto Consigliere Comunale di Catanzaro nelle elezioni amministrative. Dal 1964 al 1970 fu di nuovo consigliere comunale di Catanzaro, dove fu, come ricorda l’Avv. Marcello Furriolo,  “portatore genuino delle istanze popolari, con moderazione di linguaggio, ma con ferma determinazione di pensiero e d’azione, incrollabile difensore del valore dell’etica nella politica. Per la nostra generazione Raffaele fu da subito un punto di riferimento morale, espressione di quel volto della politica, come Giorgio La Pira, che legava inscindibilmente l’impegno sociale alla dimensione etica e spirituale del messaggio cristiano, che credeva alla redenzione degli umili ancor prima  sulla terra. In questo senso Raffaele Gentile ha svolto laicamente la sua missione accanto alla gerarchia della Chiesa catanzarese”[2].
Collaborò pure nei Comitati civici e nell’Associazionismo no-profit. Svolse pure la mansione di Direttore sanitario della Coldiretti. Dal 1963 al 1978 fu Presidente del Comitato Provinciale della Croce Rossa Italiana di Catanzaro e di diritto componente del Consiglio di Amministrazione della Scuola-convitto per Infermieri professionali gestita dalla Croce Rossa Italiana presso l’Ospedale Civile di Catanzaro per tutti gli anni in cui la gestione rimase alla Croce Rossa,  che  l’aveva  istituita. In questa Scuola dal 1976 fino al 1988 fu Direttore dei Corsi per Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, nonché docente di Igiene e di Medicina Sociale.

Nella chiesa

Raffaele Gentile e Mons. Cantisani
Cosciente della sua responsabilità di dover portare il Regno di Dio nel mondo da fedele laico, questa sua missione  la svolse, in modo entusiasta, sia nel sociale e sia nella vita della Chiesa.  Ha detto l’Arcivescovo Mons. Cantisani nell’omelia delle sue esequie:
“Ha amato la Chiesa di un amore  appassionato. Non una Chiesa astratta, ma quella inserita nella storia  e  incarnata  nel  territorio:  la  Chiesa  che  è  in Catanzaro-Squillace.  Gli  piaceva  ricordare  gli  anni  in  cui  aveva tanto operato con ardore apostolico nelle associazioni ecclesiali, come  l’Azione  Cattolica  ed  i  Medici  Cattolici.  Durante  l’intero mio  episcopato  l’ho  visto  tra  i  membri  più impegnati  del Consiglio  Pastorale  Diocesano.  Sempre  presente  alle  riunioni.  E non faceva mai mancare la sua parola, fatta di grande equilibrio e di coraggiosa proposta. Voleva che la Chiesa fosse così bella da rivelare con la sola presenza il volto del suo Sposo”[3].

Già nel 1940 era stato membro attivo dell’Azione Cattolica, di cui fu anche Presidente diocesano dell'Unione Uomini e animatore di iniziative, soprattutto nel mondo degli universitari e dei laureati (Fuci).
Nel 1943, a soli 22 anni, fondò il giornale L’Idea Cristiana, dando voce a quell’anelito di libertà e di giustizia  del periodo della guerra e del dopo guerra, collaborando con don Francesco Caporale e il filosofo Antonio Lombardi, di cui era un fedele discepolo. Questo giornale fu il primo periodico cattolico nel periodo dell’occupazione militare, quando la stampa ufficiale mancava e la Diocesi non poteva comunicare con la Santa Sede. Successivamente, nel 1944, L’Idea Cristiana diventò organo provinciale della Democrazia Cristiana.
Nel 1948 fu Consulente Medico Regionale per la Calabria Superiore della Pontificia Commissione (poi Opera) di Assistenza con particolare attività per le colonie e Consulente Diocesano di Catanzaro.
Dal 1951 al 1973 fu Presidente della Giunta Diocesana dell’Azione Cattolica di Catanzaro e componente del Consiglio Nazionale dei Medici Cattolici.
Con Pio XII
Dal 28 ottobre 1953 al 30 settembre 1954 fu Direttore Sanitario del Centro Alluvionati organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza.
Nel 1964 pubblicò: L’attività assistenziale e sanitaria dell’Opera pia “In charitate Christi” nei primi venti anni: 1944-1964, pag. 171.
Il 1966, in collaborazione con Pellicanò, Perrotta, Salerni, scrisse e pubblicò “L’assistenza-recupero dei subnormali psichici e l’Istituto Medico Psico Pedagogico di Santa Maria di Catanzaro”.
In occasione del XXV° anno dalla Fondazione dell’Opera Pia In Charitate Christi scrisse “La Diritta via”, 1969, (inedito).
Il 1975 l’Opera Pia In Charitate Christi pubblicò, a cura di Raffaele Gentile, “In memoria di Mons. Giovanni Apa”.
Il primo Sinodo della Diocesi di Catanzaro-Squillace (1993-1995) gli permise di far riscoprire la figura del Servo di Dio Antonio Lombardi. Proprio per questa occasione preparò un dossier sul Servo di Dio, dal titolo “Antonio Lombardi - Filosofo cattolico, assertore e propagatore della fede, apostolo della carità”. Fu, quindi, invitato a preparare un profilo del Servo di Dio che è inserito in uno dei sussidi che accompagnano il libro del Sinodo “Santi tra noi”, Catanzaro 1996, da titolo “Uno spirito assetato di verità - Antonio Lombardi (1898-1950) Filosofo”.
Nello stesso librò pubblicò “Il Comandamento nuovo - Mons. Giovanni Apa (1892-1974) - Sacerdote per i più poveri”: è il profilo su Mons. Giovanni Apa.
Il Servo di Dio Antonio Lombardi
Il 27-28 novembre 1996, in collaborazione con padre Nicola Criniti e don Armando Matteo, organizzò un convegno dal titolo “Antonio Lombardi tra santità e cultura”, di cui nel 1998 verranno pubblicati gli atti. In questa occasione offrì una approfondita testimonianza sulla vita del Servo di Dio. Nel centenario della nascita di Antonio Lombardi (1898-1998) scrisse un libro su Lombardi “Pensiero e azione di un cristiano nel mondo. Nel centenario della nascita di Antonio Lombardi (1898-1950)”, 1998, Ed. Vivarium, pag. 69.
Questo suo impegno a favore del suo amico e maestro di spirito Lombardi fu premiato: il 6 ottobre 1999 l’Arcivescovo Mons. Antonio Cantisani iniziò, infatti, l’Inchiesta  diocesana per il Processo di beatificazione di Antonio Lombardi e lo stesso giorno gli fu dedicata la biblioteca vescovile. 



Raffaele Gentile firma la pergamena per traslazione di Lombardi













Il  23 aprile 2001, sempre per il suo interessamento, dopo cinquantuno anni dalla morte del Servo di Dio, fu decisa la ricognizione dei resti mortali ed il loro collocamento nella Cattedrale di Catanzaro.
Il 12 settembre 2001 Raffaele Gentile subì la frattura spontanea del femore sinistro (lo stesso arto fu coinvolto in un incidente automobilistico il 5 gennaio 1976). Da allora visse i suoi ultimi anni nella preghiera e nel dolore. Morì santamente a Catanzaro, presso la clinica Villa del Sole, il 18 dicembre 2004, accogliendo dalle mani di Dio la sofferenza di più tumori. Le sue esequie si svolsero il 20 dicembre nella Basilica dell’Immacolata.  Il suo corpo è sepolto nella cappella di famiglia nel Cimitero di Catanzaro.

In cammino nella luce dei santi

A nove anni dalla sua morte tanti catanzaresi di tutte le estrazioni sociali ancora lo ricordano con affetto e devozione come un professionista cristiano che ha vissuto nel mondo la sua vocazione alla santità con l’umile e attento servizio agli umili, in famiglia come sposo fedele e padre affettuoso e nella Chiesa, da figlio devoto, mettendosi al suo servizio nelle diverse mansioni a lui assegnate dai sui vescovi, Mons. Fiorentini, Mons. Fares, Mons. Cantisani e Mons. Ciliberti. Dei primi tre vescovi Gentile fu il loro medico personale.
Oggi l’Associazione Raffaele Gentile, con Presidente onorario Mons. Antonio Cantisani e Presidente l’Avv. Rosario Chiriano,  è impegnata nel portare avanti la conoscenza dell’opera e della spiritualità del Dr. Gentile e l’apertura dell’ Inchiesta di Beatificazione di questo illustre figlio della Città e della Chiesa di Catanzaro.




LA NATURA DELLA “IN CHARITATE CHRISTI

Una lettera del Dr. Gentile al Presidente dell'U.S.L. n. 18 che chiarifica la natura della In Charitate Christi e il suo ruolo esercitato in essa. Appare la gratuità del suo operare e il ruolo da lui avuto dall'inizio dell'Opera.

Al signor Presidente dell’U.S.L. n. 18 Catanzaro
In riferimento alla Sua raccomandata del 21 maggio corrente (1983), prot. 11759, pervenutami quest’oggi, mi premuro di precisare che la “In Charitate Christi” è un’opera pia, religiosa, sui generis, che ha come fine “la attuazione del divino precetto della carità”. Non è un ospedale, non è una casa di cura privata, non è una clinica, ma un luogo di assistenza in sostituzione della famiglia.
La posizione del sottoscritto è più unica che rara, nel senso che fin dai primissimi tempi dell’istituzione (1946), volontariamente e gratuitamente, si unì ai promotori cercando di adoperarsi assieme agli altri alla realizzazione di quell’Opera prestigiosa quale oggi è, unanimemente riconosciuta tra le più significativa del Mezzogiorno.
Antesignana in un settore di assistenza difficile e non organizzata dallo Stato quale quello delle handicappate mentali o quasi del tutto carente quale quello delle anziane ammalate e senza autosufficienza, la “In Charitate Christi” oggi è un’opera assistenziale, educativa e culturale che fa onore alla Città ed alla Calabria ed è altresì una realizzazione che i forestieri ci invidiano e che non tutti quelli del luogo conoscono.
Il sottoscritto in questo ormai quarantennio di vita dell’Opera vi ha per la maggior parte lavorato disinteressatamente e gratuitamente anche in compiti che sono stati ad di fuori del settore strettamente sanitario e solo quando, trovandosi naturalmente inserito in  una operosità crescente nella programmazione e nello sviluppo, le condizioni lo permisero, fu sollecitato dal Fondatore ad accettare qualcosa “non a titolo di stipendio, ma di rimborso spese”, tenuto conto dei tempi e delle esigenze familiari.
Nonostante questo il sottoscritto continuò a restituire quanto gli veniva corrisposto, tanto che, dopo il trasferimento delle assistite in Santa Maria, con le somme restituite e quelle che si continuavano ad aggiungere fu possibile dotare il complesso di un moderno e completo gabinetto odontoiatrico.
Occorre ancora rilevare che si trattava di guidare per la parte medica, nello spirito dello Statuto, un’istituzione che perseguiva finalità specialistiche assistenziali particolari senza paradigmi esistenti, per cui l’attività di direttore sanitario era e rimane ben diversa da quella delle strutture di tipo ospedaliero, senza alcun beneficio del titolo e senza alcuna parità di onorario come i direttori di ruolo ospedaliero, ma addirittura al di sotto di qualunque altro dipendente; mentre la prestazione ha avuto la caratteristica della consulenza, senza obblighi di orari e senza alcuna subordinazione sia sul piano tecnico che su quello amministrativo.
A tal proposito “Il Medico d’Italia” del 15 aprile 1983 ha pubblicato una sentenza della Corte di Cassazione in tema di configurabilità del rapporto di pubblico impiego (10 maggio 1982, n.2875). “In essa la Suprema Corte ha chiaramente ribadito che, per riconoscere l’esistenza di un rapporto di pubblico impiego, anziché d’opera professionale, è necessario che sussista la subordinazione tecnica e gerarchica del medico, correlata ad un potere direttivo dell’ente datore di lavoro inerente allo svolgimento delle sue prestazioni”.
“Non è rilevante, invece, l’eventuale sussistenza di caratteristiche proprie del lavoro subordinato, come la collaborazione, l’osservanza di orario, la natura e la continuità dell’attività”.
Il sottoscritto fa ancora presente di avere addirittura contribuito in maniera determinante alla creazione di non pochi posti di lavoro, indipendentemente dall’avere assolto per diversi lustri incarichi di responsabilità in istituzioni civili e sociali del tutto gratuitamente, senza alcun gettone o altro tornaconto personale (Croce Rossa, Provveditorato Studi, ONMI, ecc.).
D’altronde allo stato attuale l’Opera non ha alcuna convenzione con l’USL n. 18 o altre UU.SS.LL. Pertanto, poiché in tema di incompatibilità, è ciascuna USL a vagliare caso per caso, prego la S.V. a volere considerare con umanità questa vicenda, tenendo conto della realizzazione, delle migliaia di persone abbandonate assistite ed anche del fatto che il sottoscritto in famiglia è il solo a lavorare, non possiede beni di fortuna, né ha tratto arricchimenti per il modo come fin qui ha esercitato la professione.
Perché la S.V. possa avere un’idea soltanto parziale di quella che è stata la mole dell’azione compiuta si acclude una pubblicazione relativa ai primi venti anni e si prega di volere rendersi conto del complesso operante in Santa Maria sotto il nome più noto di “Villa Betania”.
Con fiducia ossequia.                                          Dr. Raffaele Gentile
Catanzaro, 24 maggio 1983

Da: Una vita per amore – Dr, Raffaele Gentile – I, 335-337.




Dalla Testimonianza di Francesco Rizzuto: L'umanità del Dr. Gentile

“… Il Dr. Raffaele Gentile era un uomo molto devoto, sempre presente alle cerimonie religiose, un uomo semplice e modesto ma, nello stesso tempo, forte nella tempra e nella volontà di realizzare i suoi progetti a favore degli ammalati.
Era il 1986 quando mia madre fu colpita da un ictus. Inizialmente fu curata presso l’Ospedale Pugliese di Catanzaro dal dott. Nicola D’Amico che la riabilitò in parte ma le sue condizioni, ancora invalidanti, non le permettevano di rientrare in casa. Così il dott. D’Amico e il dott. Giuseppe Riccio, cugino di mia madre, mi consigliarono di ricoverarla a “Villa Betania”.
Quel pensiero mi fece star male dentro perché non condividevo la proposta di condurre mia madre in una casa di riposo, ma le parole degli amici medici mi convinsero, considerato che ella aveva bisogno di continue cure paramediche, e poi a “Villa Betania” c’era come Direttore Sanitario il dott. Gentile.
Ora, non saprei dire se a convincermi fu soprattutto la certezza che mamma aveva bisogno di cure mediche continue o se mi sentivo sicuro perché c’era il dott. Gentile e così, in una giornata piovosa e fredda del mese di Novembre 1986, scesi a “Villa Betania”.
Il dott. Gentile mi ricevette subito, mi ascoltò, mi mise una mano sulla spalla e mi rassicurò che mamma avrebbe avuto una dignitosa assistenza e che senz’altro sarebbe migliorata. Le sue parole convincenti e dette con calma, poiché avvertivo il suo dire come una promessa, mi convinsero a ricoverarla a “Villa Betania”, a distanza di pochi giorni da quel colloquio, non appena dimessa dall’Ospedale.
[…] Il giorno in cui accompagnai mia madre mi accolse personalmente il dott. Gentile che ci accompagnò nel reparto facendomi visitare la stanza in cui sarebbe stata sistemata, nonché mi presentò il medico di turno ed alcuni infermieri.
Egli capiva che io stavo male, molto male, tanto da sentire il mio cuore battere forte. Avevo un nodo in gola, tanta voglia di piangere e di riportare mia madre a casa, ma non potevo. Sono sicuro che il dott. Gentile era riuscito a leggere perfettamente il mio stato d’animo. Quindi, dopo aver fatto sistemare mamma m’invitò a seguirlo nella sua stanza perché aveva capito che avevo bisogno di essere ancora più convinto quanto fosse utile che ella rimanesse a “Villa Betania”. Ricordo le sue parole: “Tua madre ha bisogno sia di necessarie cure mediche che di assistenza paramedica. Stai tranquillo che sarà serena se tu le farai visita frequentemente. L’unico serio problema dei nostri degenti si verifica quando i familiari li abbandonano, ma non è certamente il tuo caso, perché dai tuoi occhi si evince quanto amore hai per lei”.  Le sue parole hanno lenito il mio dolore, e così dopo aver abbracciato e salutato mia madre, assicurandole che ci saremmo rivisti in serata, ritornai a casa più tranquillo. Questa esperienza mi aveva insegnato che il dott. Gentile non era solo il medico dei poveri, - così lo definivano -, ma era il medico di tutti i sofferenti, poveri o ricchi, buoni o cattivi. 
La degenza di mia madre continuò in “Villa Betania” fino al momento del suo decesso (06/01/1992). Le mie visite erano sempre regolari; spesse volte, se riuscivo, andavo a trovarla anche più volte al giorno. Un sabato giunto a “Villa Betania” all’ora di pranzo trovai il dott. Gentile nella camera di mamma che le sbucciava un frutto. Mia madre vedendomi sorrise, - sorrideva sempre -, e mi disse: “Vedi, oggi, mi fa mangiare il dott. Gentile”.
Quanta pazienza ed umanità in quell’uomo! Da quel giorno la mia amicizia col dott. Gentile diventò più salda. Ricordo spesso il dott. Gentile non solo per le sue capacità e la sua grande umanità ma, anche, per tanti semplici particolari come ad esempio: il suo abbigliamento leggero nel periodo invernale, la sua calma, la sua pacatezza e la sua coerenza.
[…] Il dott. Gentile rimarrà sempre l’esempio di un uomo che ha vissuto bene; così come bene è stato il suo trapasso ad altra vita. Un uomo che ha saputo dare senza mai chiedere nulla, ma che ha ricevuto tanto e che continuerà a vivere nel ricordo e nel cuore dei suoi cari e amati familiari, dei suoi amici e dei suoi ammalati”[4].


[1] Una vita per amore, Dr. Raffaele Gentile, II, Testimonianze, Ed. La rondine, Catanzaro 1996, 200-201.
[2] Idem, 209.
[3] Idem, 77.
[4] Idem, 269-272.

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